Una nuova figura professionale: il trader online

Chi non è mai incappato in video virali (magari anche carichi di virus informatici) che illustrano le possibilità di guadagnare centinaia di euro a settimana grazie alle opportunità della comunità internettiana?

Tuttavia, per poter guadagnare in modo sano grazie ai propri investimenti nel tradin online è importante a conoscere le basi riguardanti questo tipo di operazioni. Se il trading può diventare un vero e proprio lavoro, inizialmente è bene considerarlo esclusivamente un metodo per arrotondare la busta paga mensile.

Come funziona il trading online? I grandi investitori si occupano quotidianamente di acquistare e vendere beni. Di regola questi scambi comportano che il valore di ogni bene acquistato salirà per ogni volta che è stato venduto. Il trading online però non funziona così perchè in sostanza non viene acquistato nulla. Si specula solamente sull’andamento delle quotazioni di qualsiasi bene contrattato nel mercato. Un po’ come un circolo scommesse, per intenderci.

Del resto, la materia trattata online è puramente virtuale e, per questo, rimane immateriale. Io ho portato avanti questa professione per lungo tempo, specie quando il mondo dell’irrealtà era ancora una materia per nerd informatici e per poche nicchie di acquirenti nascoste nel globo. E’ per questo che mi preme tanto informare – e fare buona informazione – i miei lettori su questa materia. Distinguete tuttavia questa figura (il trader online) non solo da quella del trader fisico, classico, ma anche da quella del cyber truffatore con la quale un trader non ha nulla a che fare. Certo, è un mestiere rischioso e anche un po’ cinico, ma non ha nulla a che vedere con quegli annunci in cui si incappa spesso sulla rete.

Qui si tratta di previsione. Un po’ come avveniva all’epoca allo stock exchange. Il trader può decidere se investire nell’aumento della quotazione di un indice o di un’azione, oppure nella diminuzione di tale valore. da leggioggi.it

L’ira di Herdogan e le sue ripercussioni

da squarespace.com

da squarespace.com

Ha rimosso trenta governatori regionali e cinquanta alti funzionari. In più, ora è in vigore la legge marziale oltre al coprifuoco. Stamane, ad un intervento ad Uno Mattina, Paolo Mieli e colleghi hanno spiegato che una rappresaglia così veloce e selettiva indica la presenza già ponderata di una lista nera da parte del governo. E se questa è la realtà, vuol dire che c’è da preoccuparsi.

Il leader di un paese che dovrebbe essere democratico quando il nostro ha effettuato una vera e propria purga. Quasi otto mila arresti. Giudici, generali, governatori e procuratori. E 232 turchi morti.

Questo ovviamente ha grandi ripercussioni sui trader e la loro attività. Unicredit ha dovuto scegliere un nuovo AD, Jean Pierre Mustler, per rafforzare il cuscinetto patrimoniale della banca. E, con una cessione del 10% a Yapi Kredit, chiaramente, la situazione è divenuta particolare.

Golpe ad Herdogan. E noi affondiamo.

Riporta Daniele Chicca su Wall Street Italia: Gli operatori di Borsa sono in allerta: i titoli Unicredit sono i più esposti al colpo di stato in Turchia. In un rapporto post-golpe la Deutsche Bank ha spiegato che il premier turco si troverebbe in una posizione potenzialmente a rischio per via della loro esposizione in Turchia anche gli istituti BNP Paribas, ING e HSBC. Nonostante il presidente abbia ripreso il controllo il rischio di instabilità politica rimane. Ititoli Unicredit sono i più esposti al colpo di stato in Turchia. La banca controlla infatti il 40,9% di Yapi Kredit Bank, uno dei gruppi che pagherà il tentativo, venerdì scorso, di golpe dei generali dell’esercito, poi fallito.

E noi paghiamo. Cosa? Il fatto che un paese membro dell’Unione Europea si comporti da NON-MEMBRO della UE? Tanti cari complimenti. A Piazza Affari gli occhi sono rimasti puntati sulle banche, in attesa dei piani del Governo per mettere in sicurezza gli istituti più in difficoltà. I titoli dei principali istituti sono partiti bene, salvo poi frenare e chiudere in ordine sparso.da lastampa.it

Chi è Theresa May?

Theresa May è la nuova leader del partito conservatore e diverrà la seconda donna primo ministro britannico mercoledì. La cinquantanovenne ministro dell’interno è nata a Brasier il 1 ottobre 1956, figlia unica di un vicario anglicano del Sussex, si è laurata in Geografia all’università di Oxford. Una conservatrice vera. Con una lunga carriera politica alle spalle.

Ha iniziato la sua carriera nella Bank of England in Francia. Iniziò a fare politica proprio con Margaret Thatcher. Non ha paura di farsi nemici, è più conservatrice di Cameron. “So di non essere un politico che si mette in mostra. Non faccio il tour degli studi televisivi, non faccio pettegolezzi durante i pasti, non bevo nei bar del Parlamento, non parlo a cuore aperto. Faccio semplicemente il lavoro che ho davanti”, ha detto di recente.

La prima elezione ad un seggio al parlamento arriva nel 1997. Da quel giorno una elezione dopo l’altra si è conquistata la fiducia dei Tory e la candidatura a leader del partito. Nel 1999 è diventata segretaria ombra per l’Educazione e nel 2002 prima donna a ricoprire l’incarico di segretaria generale del partito conservatore. I primi ministeri ombra di una lunga serie. Nel 2010 è stata nominata ministra dell’Interno dal premier David Cameron, con l’obiettivo di controllare l’immigrazione e ridurre i crimini. Ci è riuscita, nonostante gli scontri con la polizia per il taglio ai fondi destinati. Nel 2013 ha espulso l’imam radicale Abu Qatada, mossa che le ha dato molta notorietà e le ha permesso di tagliare il traguardo del record di massima durata al ministero dell’Interno nella storia d’Inghilterra.

La mossa che ha permesso a Theresa May di tagliare la strada a Johnson e gli altri concorrenti alla leadership dei Tory è stato lo schierarsi contro la Brexit, ma senza esagerare. Rispettando il desiderio di molti di lasciare l’Ue. “Brexit significa Brexit”, ha detto, e “non ci devono essere tentativi di di restare nell’Ue, di rientrare dalla porta posteriore, di fare un secondo referendum”.da wikipedia.it

UK e i trader internazionali

OANDA ha pubblicato il rapporto dei posizionamenti aperti dei suoi clienti. Poco più del 50 per cento delle posizioni aperte puntano sullo short sul cambio GBP/USD. Finché i broker avranno un certo bilanciamento tra le posizioni dei clienti tra short e long, i rischi per l’industria del Forex in vista di una Brexit rimangono limitati. Una prospettiva che può influenzare i requisiti di liquidità in modo sostanziale.

Sarà probabilmente la nomina di Theresa May a premier, accelerando le procedure di uscita del Regno Unito dalla UE, a far si che listini Del Vecchio Continente beneficino del segno positivo per il 2016, mentre si prepara a un buon avvio anche Wall Street, dove si preannunciano nuovi record. Milano corre più velocemente delle altre Piazze europee che, comunque, sono tutte in verde. Per oggi. Pier Carlo Padoan da Bruxelles ha ribadito che il sistema italiano è solido ma che ci sono poche specifiche criticità. Il ministro ha ribadito che chi dichiara a rischio il nostro sistema bancario pronuncia menzogna. Il problema è che sappiamo – e questo è il mio commento – che gli affari italiani sono realmente a rischio. Non tanto un rischio che proviene dalla competitività estera, quanto dai capricci interni e ordini che provengono dagli ambienti più chiusi. Le azioni di Unicredit svettano oltre quota 2 euro soprattutto a causa della cessione del 10% del capitale di Finecobank, operazione che ha consentito all’istituto di incassare 328 milioni.

Secondo il Sole24 Ore, i mercati del Vecchio Continente hanno apprezzato le indicazioni degli istituti di statistica di Germania, Francia e Italia, ossia di Ifo, Insee e Istat secondo i quali il Pil dell’Eurozona è stimato in crescita dello 0,3% nel secondo trimestre, dello 0,4% nel terzo e dello 0,3% nel quarto. Così la crescita media attesa per il 2016 è stimata attorno all’1,6 per cento. Una miseria? Si, se ci paragoniamo a paesi ancora in crescita ma, soprattutto, a quali sono i numeri per le perdite del nostro paese. Segneremmo un meno 8 per cento. Anche questa è una stima.

In generale, il quadro in Europa sembra rischiararsi con la nomina, in calendario domani, di Theresa May premier britannica, al posto di David Cameron.
L’FMI ha annunciato una sforbiciata alle previsioni di crescita dell’economia italiana proprio a seguito della Brexit. Si tratta di centesimi di percentuale che, comunque, fanno la differenza nel nostro caso e che si tramutano in milioni di euro. Il posizionamento dei forex trader in vista dei risultati del referendum Brexit sui maggiori Broker internazionali mostra un rischio limitato per gli intermediari.
da ilsole24ore.com

Merkel per la prima volta ammette: “Tra migranti anche terroristi”

imageFinalmente una ammissione. Dovrei farmene vanto? Da tempo prospettavo una situazione nella quale Angela Merkel avrebbe fatto un’uscita del genere.

A pensare che più rifugiati corrispondano a un maggior rischio di attentati sono il 46% dei francesi, il 52% degli inglesi, 61 tedeschi su 100, 71 in Polonia, 76 in Ungheria.

Da un recente sondaggio emerge anche che gli europei sono convinti che per una vera e propria integrazione sia necessario condividere abitudini, cultura e tradizioni.

Questi dati provengono da wall street Italia. Il commento che segue è genuinamente mio. Non bisogna mai stancarsi di ripetere una cosa se è giusta. L’integrazione non è un tema a cui noi europei, noi Italiani e – anche – noi Napoletani siamo avulsi. E con essa l’ospitalità, l’asilo. Non è giusto farci passare per razzisti, populisti. Noi viviamo di mix culturali da almeno un millennio. Quello che manca sono le regole. Si leggano gli articoli precedenti. Si leggano.

 

Dacca, la jihad globale e noi

C’è molta disinformazione riguardo i pericoli dell’Islam. Tutto finisce sotto l’egida dell’ISIS, lo stato islamico di Iraq e Siria. Peccato che quel che non si comprende è che il brand ISIS non è nient’altro che l’ennesimo marchio nell’infosfera della guerra. Che è, certamente un business. Il problema è che questa guerra dovrebbe essere una rivalsa religiosa. Una guerra santa. Roba da medioevo, si, ce lo siamo detti. Ma questo non ci permette di distinguere i brand. Come se confondessimo una bottiglia di Pepsi con una di Coca Cola, per intenderci.

Charlie fu attaccata dai Talebani, presumibilmente. Anzi, da un gruppetto pagato dai Talebani. Anche in Bangladesh il Califfato è entrato in concorrenza da tempo con i Talebani. E anche in questo caso non si tratta di ISIS nudo e crudo. Lo sappiamo, i telegiornali l’hanno detto e ripetuto. Sono ragazzi come potrebbe esserlo mio figlio. Agiati, acculturati, cresciuti. Magari hanno qualche anno in meno del ragazzo che mi ha aiutato a scrivere la mia biografia, tutto qui. Sono state uccise quasi cinquanta persone, tra blogger indipendenti, difensori della laicità, militanti della causa omosessuale e leader religiosi moderati. La loro colpa? Non accettare l’ideologia degli islamisti.

Ho tanto scritto per paura dei ragazzi che partivano per l’Erasmus. Giustamente, non è solo questa categoria a rappresentare il rischio per l’Islam fondamentalista. Jihad globale? Rischia di crollare sotto il peso del mercato. Quello che creiamo noi. Ricordo che il Bangladesh è una delle fabbriche del mondo.

È pur vero che si tratta di un paese che cerca in tutti i modi di difendere gli equilibri giusti. Un mese fa è stato impiccato Motiur Rahman Nizami, leader del principale partito islamista condannato a morte per crimini di guerra. È il quarto esponente di spicco di Jamaat-e-Islami a essere impiccato ma la sua esecuzione ha scatenato un’ondata di violenze.

E come per i brand che hanno difficoltà a proseguire il proprio business si riscoprono vecchie metodologie per salvare un ciclo morente. Escamotage quasi sempre fallimentari. In questo caso si tratta del terrorismo jihadista a livello globale. Peccato che il Califfato sia in arretramento militare in Medio Oriente e Libria a causa della concorrenza locale di Al Qaeda. Ed è esattamente quello che avviene negli altri paesi musulmani instabili. Pakistan, Afghanistan e, chiaramente, Bangladesh e Indonesia.

Pessima scelta. Consiglierei i lettori di andare a scoprire l’arretramento dell’interesse Giapponese nei confronti del Bangladesh. Il terrorismo non conviene.

da timedotcom.com

da timedotcom.com