Costo petrolio e costo carburante: quale verità

Maximilian Cellino ha espresso un’opinione molto valida sulle pagine del Sole 24 Ore:

Il prezzo del petrolio e quello della benzina
I valori che si leggono ogni giorno sugli schermi dei trader fanno in realtà riferimento al prezzo della materia prima, che deve essere raffinata prima di diventare carburante. Esistono quindi costi industriali che sono comprimibili fino a un certo punto, e che verosimilmente non sono diminuiti in questi ultimi mesi. Ma non basta: a questi vanno aggiunti costi per la ricerca, l’operatività, l’estrazione, la distribuzione (alla rete va circa il 7% del prezzo finale) e anche le tasse e i margini di profitto che le compagnie vogliono mantenere. “Al contrario di quanto molti pensano – sottolinea Stefano Giudici, Digital Marketing Manager di MoneyFarm.com – questi ultimi non influiscono troppo sui costi data la forte competizione sul prezzo. Essi servono però a coprire i costi di gestione e di marketing, perché sebbene il petrolio sia un bene praticamente di prima necessità, al momento la produzione supera la domanda e quindi le case petrolifere devono combattere per accaparrarsi fette di mercato”. In ogni caso si tratta di voci di costo che costituiscono una sorta di “zoccolo duro” che impedisce ai prezzi alla pompa di adeguarsi in pieno a quelli del barile.

La componente Valutaria

Il prezzo del barile è sceso sotto ai trenta dollari. Dollari appunto, non euro, che è la valuta in cui noi paghiamo ogni giorno il distributore. Il biglietto verde però si è rafforzato in misura notevole negli ultimi anni, anche nei confronti del nostro euro. Ne consegue che l’effetto del crollo del prezzo del greggio viene in parte mitigato quando lo si vede con gli occhi di chi sta all’interno dell’Unione europea. Se il barile di petrolio ha perso l’80% del suo valore dai picchi del 2008 (e oltre il 40% negli ultimi tre mesi), l’impatto ricalcolato in euro è un po’ inferiore (comunque il 70% se si ragiona rispetto ai massimi storici).

Annosa questione accise

Gli italiani vedono come il fumo negli occhi le tasse, si sa. Ma nel caso della benzina forse non hanno tutti i torti, perché la componente fiscale da versare allo Stato quando ci si ferma dal benzinaio è davvero salata: tasse e accise pesano in Italia circa il 70% sul prezzo finale, e questo segna gran parte della differenza fra il nostro Paese e altri in Europa. Il caso delle accise (che sono fisse, e quindi pesano in proporzione automaticamente di più quando il prezzo si riduce) è forse il più emblematico e si presta in modo particolare e ben si presta alle recriminazioni e alle lamentele dei consumatori.

Sono infatti ancora attive quelle per finanziare la guerra d’Etiopia del 1935-36, così come quelle per il disastro del Vajont o il terremoto del Belice, anche se per via dell’inflazione hanno oggi un impatto irrisorio. Quelle introdotte nel 2011 in piena crisi del debito contano invece per quasi per 14 centesimi al litro e spiegano in gran parte, assieme all’aumento dell’Iva dal 20 al 22%, perché oggi il prezzo del gasolio sia ancora superiore all’euro a differenza di quanto avveniva nel gennaio 2009 quando il barile di greggio viaggiava comunque sopra i 30 dollari. “Anche se il prezzo del petrolio fosse gratuito e le case di distribuzione come Eni non facessero pagare la consegna senza generare profitto, fare benzina costerebbe comunque più di 50 centesimi al litro”, conferma Giudici. Lo stato fa cassa con i consumi di carburante degli italiani: non è certo una novità.

da ilsole24ore.com

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